neinde - opificio culturale

#neindeleggecose - Libri - Recensione "Corpo felice" di Dacia Maraini - Rizzoli

Titolo: Corpo felice
Autore: Dacia Maraini
Editore: Rizzoli
Anno: 2018
Pagine: 237
Genere: saggio narrativo autobiografico
---------------------

Mi hanno sempre affascinata le donne dal vissuto pieno, soprattutto se intellettuali o creative e Dacia Maraini, di certo, rientra a pieno titolo fra queste.
Ho iniziato a leggere questo suo libro attratta non solo dall’argomento ma anche dalla struttura narrativa che affiora dalla sinossi. Allo stesso tempo mi sono chiesta se avrei trovato, leggendo, qualcosa di già sentito, già detto, seppur detto bene, sul dolore materno e sulle donne.

Si parla di donne, della cultura patriarcale che ancora ci avvinghia tutti a sé.
Dacia Maraini indaga nel tempo e nello spazio alla ricerca delle risposte ai piccoli grandi interrogativi dell’esistenza, dell’uomo e della donna. Lo fa attraverso i suoi ricordi, le sue conoscenze, le sue certezze e incertezze, le sue esperienze, le sue riflessioni, la sua sensibilità.
Sceglie di farlo in un modo intimo ma, a ben guardare, universale. Parla a sé stessa e agli altri tramite il dialogo con quel bimbo che ha perso al settimo mese di gravidanza ma che era già figlio, vivido ricordo e irreale futuro.

A quel bambino, con cui mi ero abituata a parlare in un linguaggio tutto nostro e segreto, ho continuato a rivolgermi con dolcezza per non lasciarmi andare alla inerzia della disperazione.”

Un bambino che Dacia Maraini decide di accompagnare comunque nei suoi cambiamenti mentre cresce, educandolo e istruendolo al rispetto soprattutto verso le donne. Gli parla mentre lo immagina prima adolescente e infine uomo, in un discorso amorevole e ininterrotto.

Fin da piccola rompevo le scatole agli adulti perché rispondessero alle mie domande insistenti: papà cos’è la giustizia? Ci sono delle cose che mi sembrano ingiuste, ma chi decide il giusto e l’ingiusto?

Eccole le domande che vogliono risposta.
Ingiusto è stato senza alcun dubbio perdere suo figlio, quando il suo utero è diventato improvvisamente una “tomba gelata”. Sopravvivere a quel bambino mai nato è stato uno strappo brutale. L’archetipo dell’ingiustizia.
Dacia Maraini non si ferma al dolore, cerca di dare un senso ripensando alla capacità generativa femminile nella storia, alla condizione della donna nel tempo, ma anche nella religione, nel mito, nella letteratura, nelle esperienze di vita. Un percorso appassionato e colto che pone le basi per quell’educazione al rispetto che avrebbe voluto impartire al figlio, Perdu, e che continua a immaginare per lui.
Seguire l’autrice nel suo viaggio verso la radice del pensiero rappresenta una occasione preziosa per cercare di conoscere e comprendere certi meccanismi della società, certe visioni delle cose.

Non è il segno che siamo figlie e figli della cultura e della storia? La natura evidentemente c’è e influisce, ma la nostra consapevolezza di quello che siamo e le azioni che ne conseguono sono condizionate, e anche con molta forza, dalla storia che deforma, interpreta, altera la natura secondo ideologie del momento.

Se nelle antiche religioni la donna era onorata per il suo potere di dare la vita e alle divinità ella non chiedeva altro che un corpo felice cioè fecondo di figli e sogni, ecco che successivamente la prima donna, Eva, viene subito colpevolizzata: ha l’enorme responsabilità storica dell’infelicità umana, avendo colto il frutto proibito, per cui subirà l’ulteriore punizione di partorire con dolore. Ma il gesto di Eva è un atto di libertà o è irriverente superbia?
Se le parole dei Padri della Chiesa, sprezzanti verso le donne, hanno goduto di grande considerazione, quelle rivoluzionarie del Cristo sempre rispettose nei confronti delle donne non hanno avuto la stessa attenzione.

Sofocle riteneva che “Alle donne si conviene il silenzio” mentre Balzac, ad esempio, scriveva che le donne vanno trattate come schiave però illudendole di essere delle regine.
La cultura patriarcale, dunque, viene da lontano e per troppo tempo ha condizionato, e continua inevitabilmente a farlo, la vita di donne e uomini.

La cosa peggiore che possa capitare a una donna, Perdu, seguimi, è proprio quella di identificarsi con il sistema di pensiero dei Padri, a tal punto da considerarsi, con piacere e vanità, una preda ambita, un oggetto di desiderio, una proprietà da custodire.

Nella trappola del desiderio cade anche Perdu che Dacia immagina adolescente, fedele al suo “branco” di amici; attratto dalle ragazzine che si divertono a mettersi in mostra; in contrasto aperto con gli insegnamenti materni.

Eppure io mi ostino: voglio entrare nella testa caparbia di mio figlio per fargli capire come ha lavorato la storia per forgiare due creature così diverse e in contrasto perenne, come fossero due nemici senza in realtà esserlo.

Per fortuna esiste una “controstoria”, quella dei vinti, quella che fa rumore pur non essendo stata scritta. Quella che, poi, Perdu comincia a guardare con gli occhi di un ventenne, più maturo.

Prima che Perdu diventi uomo Dacia ha modo di rivedere la sua migliore amica Silvana. Con lei si confronta sul femminismo sessantottino, sugli errori delle donne e delle madri femministe. Parlano delle proprie esperienze di donne e mogli. Da una parte la disillusione di Silvana, dall’altra la fiducia della scrittrice nel futuro.
Il futuro arriva anche per suo figlio che, ormai idealmente adulto, conosce l’amore vero e, grazie a questo, scopre una nuova visione della donna.

“Corpo felice” riesce ad essere allo stesso tempo saggio, memoir, narrazione.
Il linguaggio scorre chiaro e posato. La pacatezza del parlare mi ha quasi disorientata. Siamo talmente abituati a leggere o ad ascoltare storie, opinioni, dolori urlati che di primo acchito se il racconto non è aggressivo appare poco credibile o noioso. Al contrario, leggendo questo libro, ho riscoperto il piacere di una scrittura garbata, rispettosa e certamente efficace.
Non c’è una descrizione scontata, come temevo, né del dolore di madre né dell’universo femminile.
L’uomo e la donna non sono dei nemici: sono semplicemente uguali e l’amore, quello vero, è ciò che sancisce questa alleanza.

Consiglio questa lettura perché spinge a farsi delle domande e perché interrogarsi è il miglior modo per riuscire a trovare le risposte.

Rosalba Carchia

Condividi