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#neindefacose - Cinema - Recensione film "Michelangelo - Infinito"

Una riscoperta semplice e incredibilmente appassionante di Michelangelo Buonarroti che alleggerisce e risolve con disinvoltura l’inerzia delle nozioni studiate a scuola o all’università.
“Michelangelo – Infinito” è una produzione Sky e continua la fortunata serie di docu-film dedicata all’Arte che ha visto grandi successi come “Raffaello – Principe delle Arti (2017)” e “Caravaggio, l’Anima e il Sangue (2018)”.

Con la regia di Emanuele Imbucci, qui anche sceneggiatore assieme a Sara Mosetti e al professore di storia dell’arte Tommaso Strinati, è un film difficile da incastonare in un genere preciso e finito. Lo vedrei come un’avvincente, insolita e misurata commistione di teatro, documentario, cinema/fiction. Una sperimentazione molto riuscita.

Per i primi minuti, francamente, ho avuto un po’ la sensazione di essere travolta dallo spirito documentaristico di Alberto Angela, se non del mitico Piero Angela, (per carità, entrambi magnifici!) ma poi sono entrata nel meccanismo e tutto si è aperto ai sensi con armonia.

Enrico lo Verso è Michelangelo. Parla di sé dall’interno di una cava di Marmo di Carrara, una specie di limbo. A lui il compito di dare lo slancio teatrale al racconto, con un linguaggio ricercato, che cita Dante, ma pulsante, che rende vivo il personaggio. Probabilmente persino l’accento siciliano dell’attore, che si sente ogni tanto, asseconda la naturalezza dell’interpretazione. Bravo.
Ivano Marescotti è il lato cinema/fiction del film. Veste i panni di Giorgio Vasari, pittore, architetto e storico dell'arte del Cinquecento. Ecco, lui mi ha letteralmente accompagnata nella storia di Michelangelo. Il suo tono è familiare, composto, competente, musicale, rassicurante. Una performance notevole anche per Marescotti.
L’ultima voce narrante del film è quella senza volto che descrive le opere, le scene. È l’anima documentaristica che viene fuori calda e vibrante.
Tre voci diverse in un insieme unico che racconta la vita e l’arte (che probabilmente finiscono per coincidere) di Michelangelo Buonarroti, attraversando momenti imprescindibili e intensi.

La narrazione è chiara, puntuale, contestualizza ma non si perde nei meandri della Storia, coinvolgente.
È la storia di un percorso interiore, di un uomo ambizioso, orgoglioso, irascibile, solitario, avaro, probabilmente omosessuale.
È la storia di un artista perennemente insoddisfatto della sua opera, irrequieto, tormentato, sempre alla ricerca di nuove espressioni artistiche che restituissero davvero il suo sentire.
È una storia che trova la sua essenza nei capolavori che il genio artistico di Michelangelo ci ha lasciato.
E qui entrano in gioco le riprese perché descrivono magistralmente le opere più famose di Michelangelo. Le immagini scorrono leggere sulle superfici ma vanno a scrutare nel profondo ogni dettaglio facendo percepire perfettamente al pubblico lo spazio, il tempo, la fatica, l’idea, l’imponenza, la passione. È come guardare quelle opere per la prima volta.
Le musiche di Matteo Curallo incalzano il racconto, si innestano fra le parole e le immagini in un crescendo di suspence, ansia, meraviglia. Succede, per esempio, nel Giudizio Universale che trasmette una tensione pazzesca, mi sono sentita quasi tirare come i corpi del dipinto.

Dunque, diventa man mano chiarissimo che protagonisti indiscussi del film sono il potere dell’Arte e la Bellezza.
L’Arte trasforma, piega e spiega, parla, celebra.
La Bellezza dà un senso, riempie, semplifica, conforta, sfronda, contamina, unisce.
Catapultata fuori dal nostro tempo, in un mondo a cui ci farebbe bene tendere, sono uscita dal cinema quasi stordita. Non siamo più abituati a confrontarci col Pensiero, con strutture e processi della Realtà complessi, con la consapevolezza, con le incertezze. Non sappiamo più farci domande scomode e scoprire le risposte,  affrontare le responsabilità, usare i sensi. Non siamo più capaci di lasciarci andare alla Meraviglia.
Ma non è difficile, andate a vedere il film e provateci.

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