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Cronache senza premeditazione - Genesi di una precaria cronica

Sono nata alla fine degli anni settanta.

it's a girlErano le 10.30 del primo sabato di luglio, in una clinica privata. Mio padre in fondo in fondo si aspettava un maschietto e mia sorella saltellava con mio cugino cantando “è nata la fratellina, è nata la fratellina!”. E venni al mondo io.



 

 

Ho avuto un’infanzia felice negli anni ottanta.

rosalba carchiaI miei occhi di bambina vedevano un mondo che andava avanti a vele spiegate.
Genitori con un lavoro sicuro, una casa, la macchina, l’estate al mare, il televisore, la radio, il giradischi, la barbie.
Erano gli anni delle timberland, dei capelli cotonati, delle spalline, del playback, dei paninari, de “Il nome della Rosa”, di E.T., di Madonna, dell’AIDS, di un attore come presidente degli Stati Uniti, del terremoto in Irpinia, del primo papa polacco, della prima donna Primo Ministro del Regno Unito, di Pertini, della vittoria azzurra ai mondiali di calcio, del Pentapartito, della Perestrojka, del vino al metanolo, di Černobyl', dell’edonismo reaganiano, di Lady Oscar, del muro di Berlino che si sgretola, dell’ottimismo, della leggerezza.
 
Sono cresciuta giocando in strada con gli amici del quartiere, adottando cani e gatti randagi in difficoltà, andando a scuola a piedi insieme ai bimbi vicini di casa, facendo capanne coi cuscini del divano insieme a mia sorella. Guardavo poca tv per lo più cartoni, Quark e Domenica In a pranzo dai nonni la domenica.
I giochi nuovi e più desiderati solitamente me li portava la Befana a tempo debito, dopo averli richiesti e sperando di essere stata abbastanza buona da non meritare solo carbone. Non mi è mai mancato niente ma non sono stata viziata se non con l’amore caldo della mia famiglia.
 

Ho vissuto l’adolescenza negli anni novanta.

truman showUn’epoca ibrida, immobilizzata fra le certezze di un passato vissuto sopra le righe e le incognite di un millennio tutto da scoprire.
La spensieratezza e la prosperità del decennio precedente avevano soltanto rinviato i problemi: la festa era finita.
Nessuno seppe indicare una nuova via di benessere.
Bisognava fare i conti con le difficoltà della globalizzazione, con un paese che da terra di emigranti stava diventando luogo di immigrazione, con l’economia che non cresceva più.
In quegli anni si posero le basi della moneta unica, ma non quelle per un’Europa unita davvero.
Scoppiò la Guerra del Golfo, nel mondo si consumarono conflitti etnici disumani, da noi Falcone e Borsellino furono uccisi. Ma a Kyoto si firmò un protocollo per l’ambiente, Nelson Mandela era  finalmente libero e sancì la fine dell’apartheid in Sud Africa, a casa nostra il pool di Mani Pulite scoperchiò il vaso di Pandora. Iniziava la Seconda Repubblica.
 
Mentre Berlusconi scendeva in campo e la Lega Nord emetteva i suoi primi vagiti, Fiorello portava il “Karaoke” in giro per l’Italia, Boncompagni teleguidava Ambra a “Non è la Rai”, i ragazzi giocavano col Tamagotchi e la playstation. La musica perdeva artisti preziosi fra cui Mercury, Battisti, De André. Si ascoltavano i cd, i cellulari erano GSM, spopolavano le supermodelle, l’abbigliamento era poco definito.
Stavo crescendo, i miei occhi non erano più quelli di una bambina e guardavano più lontano. Mentre mi godevo gli strascichi degli anni ottanta, all’improvviso lo schema cambiò. Bisognava cambiare rotta verso un rinnovamento moderno per non essere tagliati fuori dal futuro.
 
Per esempio saper parlare inglese ed essere in grado di usare il computer divennero condizioni essenziali per poter essere presi in considerazione dalla società. Lo ricordo come un passaggio brusco, come se ci si fosse svegliati di soprassalto da un pericoloso torpore. I programmi scolastici e universitari furono aggiornati, ma niente sembrava pronto al cambiamento.
Presto capii che la chiave di lettura era una parola che da allora è rimasta una costante indistruttibile: crisi.
C’era la crisi economica, ne sentivo il respiro gelido addosso ma si faceva finta di niente. In fondo conoscevamo una sola normalità, quella sempre e comunque rassicurante, quella da cui potevi persino scegliere di rifuggire. Non eravamo abituati a muoverci fuori dai margini: laurea, lavoro, casa, famiglia, macchina, vacanze. Una sorta di Truman Show.
Alla fine degli anni mille il lavoro non era più solo lavoro ma “lavoro atipico, interinale, a tempo determinato…”.

Sono diventata donna nel terzo millennio.

internetDegli anni zero ricordo l’ansia per il Millennium bug.
A mezzanotte e un secondo del primo gennaio 2000 con un sospiro di sollievo ci accorgemmo che le luci della città erano ancora accese e che nessuna catastrofe si era abbattuta sul mondo.
Poi c’è stata la mucca pazza, la sars, l’aviaria, la suina ma ero troppo giovane per preoccuparmi.
Il G8 di Genova mi aprì gli occhi su tanti aspetti dell’umanità. Guardavo le immagini di quella follia in televisione mentre aspettavo notizie dal mio compagno che era lì, cercando di controllare il respiro e i pensieri.
Poco dopo l’11 settembre cambiò le parole, riscrisse i paradigmi, violò la fiducia, piegò la pietà.
Intanto ci preparavamo all’Europa unita. Nel mio piccolo, il passaggio dalla lira all’euro è stato entusiasmante. Mi sentivo parte di una grande famiglia e questo mi restituiva un poco di speranza per il futuro.
Erano gli anni in cui internet entrava nelle case della gente. Nascevano Facebook e YouTube. Ancora oggi mi chiedo se tutto ciò sia stato davvero una rivoluzione.
 
Stavo diventando adulta, il tempo mi chiedeva di lasciar andare delle cose. Dopo ventisette anni di pontificato morì papa Giovanni Paolo II e io mi sentii un po’ orfana, spaesata. Non sono una cattolica doc ma da quando ero nata quella figura bianca dal viso buono era lì a difendere i deboli, a condannare il male, a indicare la via della giustizia e dell’amore.
L’elezione come presidente Usa di Obama mi aprì il cuore. Il primo afroamericano alla Casa Bianca era una boccata di ossigeno e sua moglie Michelle non era da meno.
E poi Lady Gaga, Eminem, la morte di Michael Jackson, i jeans a vita bassa, le sopracciglia sottili, il Grande Fratello, Harry Potter.
La crisi, proprio all’inizio del nuovo millennio, era diventata “crisi della new economy”. Ma qualunque nome avesse continuava a corrodere il destino del futuro.
 
Io cominciavo a capire che essere laureata non garantiva più, come per i miei genitori, un lavoro, un’occupazione coerente coi miei studi, la possibilità di scegliere ciò che più mi piaceva fare. 
Se andava bene ci si doveva accontentare di qualche saltuario lavoro di breve durata che, nella maggior parte dei casi, manco la contemplava una laurea. Ma c’era fiducia, pensavo che il meglio dovesse ancora venire.
Invece arrivò una specie di antidoto, apparentemente risolutivo e persino all’avanguardia, contro la crisi: la flessibilità lavorativa. Una strutturazione nuova di ispirazione americana che veniva appiccicata di forza sulla realtà italiana.
Una realtà completamente diversa da quella di oltre oceano e quindi impreparata e fragile. Basta col posto fisso ormai obsoleto, statico, noioso. Basta con la rigidità del sistema colpevole di alti tassi di disoccupazione e via con “il lavoro a chiamata, posti di lavoro ripartiti tra due o tre persone, rafforzamento del part time, il lavoro in affitto a tempo indeterminato, il lavoro occasionale, il lavoro a progetto, intermittente”.
Questo avrebbe agevolato la creazione di nuovi posti di lavoro. In pratica si passava da un lavoro all’altro così da accrescere e migliorare conoscenze, livello occupazionale e stipendio. Dal canto loro gli imprenditori sarebbero stati liberi di prendere e lasciare i lavoratori in base alle esigenze del momento creando un circolo virtuoso.
 
Ho ancora stampato nella mente il servizio del telegiornale in cui si annunciava l’approvazione della legge Biagi. Ricordo persino le immagini. La flessibilità era diventata legge. Ricordo bene quel giorno perché la mia sensazione era che qualcosa in quel momento si fosse rotto per sempre. Quel meccanismo non mi convinceva per niente ma pensai “vabbè magari è una figata non fare lo stesso lavoro per tutta la vita, in fondo mettersi sempre in gioco è stimolante e creativo”.
Da co.co.co. a co.co.pro. cambiavano i nomi, le sigle, le formule ma io a 30 anni e passa ero più disoccupata di prima.
Presto, molto presto anche la parola “flessibilità” cambiò pelle. Si trasformò in “precariato”.

Sono diventata adulta negli anni dieci.

essere precari stancaDopo dieci anni dall’inizio del terzo millennio la nuova normalità italiana era fatta di instabilità, sfruttamento, impossibilità di pianificazione della propria vita presente e futura. Ecco la “grande recessione”.
Nel frattempo moriva Steve Jobs e io pensavo che dinanzi alla morte non sempre basta essere ricchi e potenti.
Nei libri di storia si leggerà che nel 2013 Papa Benedetto XVI rinunciava al suo incarico e Papa Francesco prendeva il suo posto. Io c’ero.
Ci lasciavano senza eredità Lucio Dalla, Rita Levi Montalcini, Nelson Mandela.
L’Europa non era più un sogno mentre in Italia continuava l’incubo.
Dopo il profondo decadimento berlusconiano, il governo tecnico di Monti chiedeva sacrifici alla popolazione. La crisi ora si chiamava “austerità”.
Credo sia da questo momento in poi che la Politica dei partiti e del governo abbia perso definitivamente su tutti i fronti. Da allora non meritano neanche la mia memoria i nomi e le azioni che si sono susseguite fino ad oggi.
Fino ad oggi la crisi è stata sopravvivenza, rassegnazione, rabbia, speranza, illusione, coraggio. Una trappola.
Fino ad oggi la crisi non è stata meritocrazia, equità, onestà.
Il paese delle meraviglie non esiste e forse non esisteva neanche quando si stava meglio.
La favola di un’economia più dinamica e ricca era una grossa bugia.
 
Il figlio legittimo di questo grande inganno è il precario cronico.
Il precario cronico fa un passo in avanti con il peso di cento chili addosso e all’improvviso si ritrova indietro di dieci passi.
Il precario cronico è un camaleonte dalla lingua fulminea e dagli occhi spalancati, pronto a cambiare colore pur rimanendo sé stesso.
Il precario cronico vive l’oggi, pensa a domani ma non a dopodomani.
Il precario cronico disoccupato vive lunghi giorni lenti e vuoti, cercando di scovare occasioni e opportunità ovunque.
Il precario cronico solitamente trova un lavoro temporaneo che non corrisponde alle sue aspettative.
Il precario cronico quando trova lavoro passa senza preavviso dall’inattività profonda alla frenesia isterica di scadenze, orari, concentrazione, strategie, nuovi rapporti umani.
Il precario cronico ogni volta che inizia un lavoro si sente come un bambino al primo giorno di scuola in prima elementare.
Il precario cronico che lavora ci mette tutto sé stesso, cambia le abitudini, riordina le priorità, non ha mai tempo.
Il precario cronico disoccupato continua la sua formazione e fa stage non retribuiti che alimentano le sue vane speranze di un inserimento lavorativo più stabile.
Il precario cronico che lavora appena trova un equilibrio e una nuova quotidianità gli scade il contratto (che ovviamente non verrà rinnovato).
Il precario cronico se è donna è ancora più “precario cronico”.
Il precario cronico se è fortunato ha una famiglia alle spalle che a volte lo fa sentire un po’ meno “precario” e un po’ meno “cronico”.
Il precario cronico riavvolge il nastro e ricomincia a registrare.
Il precario cronico è sempre troppo o troppo poco.
Il precario cronico durante una pandemia regge abbastanza bene il colpo dell’incertezza perché ci è abituato, ma… non esageriamo!

Invecchierò dagli anni venti.

clessidraGli anni venti sono già iniziati. La pandemia ha creato un momento sospeso ma non immobile. Il tempo non lo fermi.
Vorrà dire che in attesa di invecchiare continuerò a sentirmi grande ma non troppo.
 

 

 
 
 
Rosalba Carchia
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